sabato 12 dicembre 2015

Venerdì 18 Dicembre
AtlantideOvunque Vol 1
@Xm24



DOPO QUEL MURO, CHE GENERE DI CITTÀ ? [2.0]

Assemblea pubblica
Martedì' 15 Dicembre - h 20.30
Centro di Documentazione delle Donne, Via del Piombo 7 Bologna



Nella prima assemblea pubblica #chegeneredicittà, a pochi giorni dallo sgombero di Atlantide, di via Solferino e dell’ex Telecom, realtà diverse fra loro come centri sociali, associazioni lgbt e femministe, reti di piccoli produttori agricoli e molte singole attiviste e attivisti hanno condiviso una prima analisi di quello che sta succedendo a Bologna, aspirante capitale degli sgomberi.

Nonostante la diversità delle esperienze coinvolte, in termini di aree di interesse e intervento, di modelli organizzativi e decisionali, di statuto giuridico, di grado di istituzionalizzazione e di rapporto con la “legalità”, siamo partite dalla constatazione condivisa che lo spazio per una mediazione sociale fra movimenti e istituzioni sembra essersi quasi completamente dissolto. I sindacati, i partiti, gli enti locali, che un tempo si incaricavano di questa mediazione, si sono dissolti o sottratti a questo ruolo, così che ai bisogni sociali, alle lotte, alla conflittualità e alla critica espressa dalla politica non istituzionale viene opposta ormai solo la formalità della legge e la brutalità delle forze dell’ordine e dei provvedimenti giudiziari.

Abbiamo denunciato i limiti e le storture delle forme messe in campo dall’amministrazione comunale per rapportarsi con la capacità di agire di una molteplicità di soggetti collettivi: i bandi usati come arma di ricatto, i patti di collaborazione che riproducono logiche clientelari, la sussidiarità come scorciatoia per abbattere i costi del welfare. E’ evidente quindi che la questione, prima che “quale forma giuridica”, è “quale mediazione sociale”, quale spazio, quale orizzonte per la relazione fra iniziativa politica dal basso e istituzioni.

Nel frattempo, il Comune di Bologna ha messo in piedi un’imponente operazione di comunicazione che tende a confondere le acque su cosa si  debba intendere per “iniziativa dal basso”, con l’effetto di screditare e relegare al rango di delinquenti o di “presuntuosi che non vogliono stare alle regole del gioco” le esperienze di reale autogestione.

Peccato che le regole del gioco siano state decise unilateralmente dal Comune, e che la collaborazione di cui le istituzioni si riempiono la bocca sia tutt’altro che un rapporto orizzontale e partecipativo.

“Collaborare è Bologna” plaude alla “cittadinanza attiva” e premia l’iniziativa “dal basso” dei cittadini assegnando spazi da “rigenerare” o semplicemente erogando riconoscimento attraverso incarichi ufficiali, ma non retribuiti, per svolgere compiti che un tempo avrebbero svolto i dipendenti comunali. L’iniziativa di quali cittadini e per fare cosa? Il tutto si potrebbe riassumere in “Cittadinanza attiva, ma non troppo”: perchè va bene se i cittadini di auto-organizzano per pulire le scritte dai muri, fare la manutenzione delle aree verdi, custodire i parchi pubblici o raccogliere generi alimentari per rifornire le Case Zanardi. Meglio ancora se si auto-organizzano per fare impresa sotto le mentite spoglie della promozione sociale in modo che, attraverso posti di lavoro iperprecari e retribuiti meno di 5 euro l’ora, vengano rigenerati i vari spazi di proprietà comunale in stato di abbandono: perchè senza costi da sostenere il Comune riesce a fare marketing anche su questo.

Ma cosa succede se i cittadini si auto-organizzano per chiedere perchè i poveri sono poveri, per aggredire le cause della povertà e non solo per alleviarne gli effetti, per creare spazi di socialità autogestita in disaccordo con la cultura dominante? In questo caso la risposta è fatta di repressione, criminalizzazione, sgomberi, come esemplifica bene la più recente vicenda dello sgombero di via Agucchi.

La forma privilegiata per rapportarsi alla cittadinanza-attiva-ma-non-troppo è quella del progetto, che si inserisce in una “governance multilivello”, dove l’apporto del “privato sociale” è un elemento tecnico inserito nelle politiche dell’apparato: un meccanismo che annulla la soggettività politica e l’autonomia dei gruppi, autorizzati e tenuti a fare solo quello che è stato progettato e non quello che di volta in volta, come soggetti politici, ritengono di dover fare per perseguire i propri obiettivi associativi.

Non è un caso che l’antecedente storico di queste forme partecipative siano stati, proprio a Bologna negli anni ’90, i progetti “di genere” sulle “città sicure” (versione “moderata” delle ronde leghiste e della tolleranza zero del sindaco di New York Giuliani), diventati a loro volta modello per l’attuale piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere: con il rischio, segnalato da Lea Melandri, che “i centri antiviolenza e tutto il patrimonio di sapere e di pratiche prodotto dal movimento delle donne” vadano incontro a una “macchinosa integrazione istituzionale e burocratica”.

Questa logica della collaborazione “verticale” e fintamente orizzontale si basa, evidentemente, solo sui “valori” del soggetto che sta in alto, in questo caso l’amministrazione e il suo progetto di governance cittadina: in questo modo, stabilisce delle gerarchie fra di noi, per cui chi pulisce i muri è meglio di chi fa il mercatino o l’asilo nido autogestito, che a sua volta è comunque più presentabile di chi gira travestita con i tacchi e il boa fuxia o di chi cresce i propri figli in una casa occupata (non avendo, peraltro, molta altra scelta).

Nella cornice securitaria già da tempo al centro della scena politica cittadina, anzi della “percezione di sicurezza da parte dei cittadini”, sono inclusi criteri apparentemente estetici e innocui come il “decoro”, la pulizia, la “bellezza” della città. Attraverso di essi, in realtà, si vuole invisibilizzare e criminalizzare la povertà (ad esempio le baracche dei senza tetto, o anche solo l’abitudine di bere in strada invece che nei wine bar) e/o il dissenso (le scritte sui muri, i punx e le froce sui gradini di Atlantide). E putroppo, partecipare alla criminalizzazione della povertà e all’impresa di ripulire la città è una facile scorciatoia, per “i cittadini”, per esorcizzare la paura di diventare brutti, sporchi, poveri e impresentabili a propria volta. In questo modo si produce una sorveglianza diffusa e una sorta di autogentrificazione a costo zero, in  una visione totalmente neoliberale di città-vetrina da promuovere sul mercato internazionale.

Ad essere messe sotto ricatto da tutto questo non sono solo i centri sociali ma anche tutte quelle associazioni e gruppi informali che non vogliono mettere il proprio sincero impegno politico, sociale e culturale nelle mani del miglior offerente, adattandolo camaleonticamente a questo o quel bando e mettendo la propria libertà di espressione e di azione sotto la Spada di Damocle del rinnovo della convenzione. In particolare quelle associazioni che si occupano dei diritti e del benessere di cosidette “minoranze” o “differenze” – gay, lesbiche, trans, donne, migranti, rom – che in tempi di austerity o di conflitti interni di partito, si sa, sono le prime ad essere sacrificate.

Certamente in questi anni abbiamo accumulato saperi strategici per navigare queste acque limacciose e garantirci la sopravvivenza, che sia sotto forma di uno spazio da autogestire o di un finanziamento per portare avanti un progetto.
Tuttavia, partendo anche solo dalla constatazione della crescente inefficacia di queste tattiche, vorremo attivare un percorso critico che disattivi ogni forma di competizione tra soggetti collettivi – così come vorrebbe la logica dei bandi e della gerarchia dei bisogni – e qualsiasi cooptazione in un modello di governance che non intendiamo sostenere – così come la collaborazione addomesticata vorrebbe imporre.

Vogliamo rimettere al centro il diritto alla città al di fuori delle logiche di marketing, di gentrificazione e di valorizzazione economica, al di fuori della dicotomia tra cittadini “regolari” ed “irregolari”, vogliamo parlare non di progetti da presentare a bilancio, ma della progettualità di tutte le soggettività auto-organizzate ed indipendenti. Vogliamo parlare di visioni alternative e perchè no, antagoniste, di città, del modo di viverla e di viverci per poter rafforzare gli spazi politici esistenti e crearne di nuovi, per uscire dal ricatto della collaborazione dettata comunque da chi è al potere.
Di fronte a tutto questo, è ora di pensare e organizzare una risposta per potenziare la ricchezza sociale quotidianamente espressa dalle diverse esperienze di progettualità dal basso.

Ri-incontramoci il 15 dicembre alle ore 20.30 presso il Centro di Documentazione delle Donne, in via del piombo 7, Bologna.

Le Atlantidee


 

lunedì 19 ottobre 2015

DOPO QUEL MURO, CHE GENERE DI CITTÀ?

Assemblea pubblica
Mercoledi' 21 Ottobre - h 20.30 - Sala da ballo del centro sociale "Saffi", Via Ludovico Berti 2/10 (Giardini Pierfrancesco Lorusso)

immagine evento ass pubblic 

Lo sgombero di Atlantide ha spazzato via la possibilità di un confronto politico aperto, pubblico e trasparente tra esperienze sociali e istituzioni rappresentative sulla gestione degli spazi pubblici. Uno sgombero che ha voluto chiudere un'esperienza di 17 anni di autogestione, colpendo al cuore le froce, le lesbiche, i/le trans, le femministe, i punk e tutte le soggettività per le quali il bisogno di spazi di autodeterminazione, sperimentazione sociale e politica, socialità e produzione di saperi dal basso, è un bisogno vitale, di sopravvivenza.

Quel muro, eretto sulla porta del Cassero di Porta Santo Stefano, è il segno molto concreto di una profonda frattura che si è aperta non solo nel rapporto tra l'amministrazione e il mondo lgbt e femminista, tra l’amministrazione e gli spazi sociali autogestiti, ma anche nel rapporto con tutto l’ampio mondo dell’associazionismo bolognese.

E’ ormai evidente a tutte e tutti, infatti, che il governo della città potrebbe mettere in discussione, traslocare, sfrattare, sgomberare uno qualunque dei numerosi progetti culturali, sociali e politici che caratterizzano positivamente dal basso la vita di questa città. Da un momento all'altro, unilateralmente, infischiandosene anche di impegni messi nero su bianco. Il licenziamento dell'assessore alla Cultura Ronchi ha trascinato con sé non solo l'ipotesi di una sede alternativa per i nostri progetti, ma anche il percorso di riconoscimento formale dell'autogestione a cui stavamo lavorando da più di un anno, con il contributo del "Comitato per la promozione e la tutela delle esperienze sociali autogestite": un tentativo che rivendichiamo e che oggi vogliamo riaprire e rilanciare.

Siamo infatti convinte che in questa città siano tantissime le esperienze di aggregazione spontanea, partecipazione diretta, produzione autonoma di arte e saperi e cittadinanza attiva che non sono disposte a mettere il proprio sincero impegno politico, sociale e culturale nelle mani del primo offerente, pur di garantirsi uno straccio di futuro, e che non vogliono restringere la propria libertà di espressione in cambio di qualche briciola di risorse pubbliche. I dispositivi messi in campo finora dall'amministrazione comunale, per rapportarsi alle diverse forme di autorganizzazione che fanno vivere questa città, si sono rivelati tutt'altro che funzionali a favorire una reale partecipazione dal basso. Abbiamo visto usare le convenzioni come arma di ricatto, per dividere i "buoni" dai "cattivi" e criminalizzare il dissenso.

Abbiamo visto trasformare i bandi in uno strumento per abbassare il costo del lavoro nei servizi sociali, come riempitivo dei buchi di bilancio dei lavori pubblici o del welfare ormai in dismissione. Abbiamo visto usare i patti di collaborazione per riprodurre logiche clientelari sotto l'egida dei "beni comuni". Sentiamo che in questo momento viene messa in discussione l'esistenza stessa delle realtà che si occupano quotidianamente di "rigenerare" i legami sociali in questa città, ma siamo anche certe che qualunque sarà il governo che si insedierà nei prossimi mesi a Palazzo d'Accursio, non potrà non fare i conti con questa ricchezza sociale.

E' necessario, quindi, che tutte queste esperienze mettano in comune intelligenze e strategie per costruire un laboratorio di confronto, per elaborare strumenti di r/esistenza alla cooptazione, alle promesse elettorali e al commercio al dettaglio di favori a chi giurerà di allinearsi. Le Atlantidee invitano tutte le singole e i singoli, i gruppi informali, i collettivi, le associazioni interessate a questo percorso a partecipare all'assemblea pubblica che si terrà il giorno 21 Ottobre 2015, presso la Sala da Ballo del Centro Sociale Saffi, via L. Berti 2/10, alle ore 20.30.

Per discutere della gestione degli spazi pubblici, del ruolo che hanno le esperienze sociali nella nostra città e per potenziare gli spazi di agibilità sociale e politica di tutte e tutti.

lunedì 12 ottobre 2015

L'effetto farfalla: Atlantide è ovunque

Venerdì 9 ottobre, in esecuzione di un’ordinanza del Sindaco Virginio Merola, è stato sgomberato con la forza uno spazio autogestito da 17 anni da femministe, lesbiche, trans, gay e punk, un pezzo di cuore per migliaia di persone che lì trovavano una socialità non mercificata e non normata dall’eterosessualità obbligatoria e da pregiudizi razzisti, classisti, e una pratica politica per cercare vie d’uscita collettive dalla precarietà, dall’isolamento, dalla paura.

Uno spazio relativamente piccolo, ma che significa molto e che è in rete con tanti collettivi, spazi sociali e associazioni in città, in Italia e nel mondo. Forse chi ha pensato di sacrificarlo ai propri giochi elettorali ha sottovalutato l’effetto farfalla: un battito di ciglia di una manciata di froce a Porta Santo Stefano ha prodotto una crisi nella politica cittadina e un’ondata di solidarietà debordante. Lo sgombero di Atlantide ha aperto uno squarcio nella città: è definitivamente caduto il velo della Bologna che si crogiola evocando il suo glorioso passato, la buona amministrazione del PCI e la sua capacità inclusiva. Quest’immagine sfocata, già costruita sulla rimozione della repressione del movimento del ‘77, è oggi del tutto svanita.
Certamente, i rimasugli dell’eredità del PCI che oggi governano questa città non avrebbero il coraggio di creare il primo consultorio pubblico gestito dal movimento Trans o il primo centro di aggregazione culturale Gay e Lesbico nel Cassero di Porta Saragozza.
Anzi, stanno creando le premesse per distruggerli, minacciando di mettere a bando quegli spazi e quei servizi per affidarli al miglior offerente. Le recenti amministrazioni cittadine si sono riempite la bocca e le tasche grazie all’immagine di una Bologna fucina di produzioni culturali e musicali indipendenti: nella realtà è che parlano solamente di ciò che riescono a tradurre in moneta e non hanno la benchè minima idea dell'humus culturale che produce tutto questo.

L’etica del DIY, del do it yourself, ha sempre trovato terreno fertile a Bologna a partire dai primi punx anarchici che, tra le altre cose, avevano fondato l’Attack Punk records con sede al circolo anarchico Berneri. Le retoriche di marketing culturale e turistico hanno bisogno di cartoline della Bologna underground e gay da esporre in vetrina, ma non di punk, gay, lesbiche e trans che si autodeterminano. Questi vengono criminalizzati in nome della “legalità”, unica merce politica in circolazione, contesa dalla destra alla sinistra fino al movimento cinque stelle. Nessuna sorpresa se poi, in fatto di legalità, su tutti vince la Procura. Respingiamo il paternalismo di Merola, che dopo aver riaffermato con la forza le sue “regole”, dice che adesso si può dialogare. Eravamo disposte a dialogare, ma sulla base di un riconoscimento reciproco e in condizioni di parità, e infatti stavamo dialogando, ma il dialogo è stato brutalmente interrotto dallo sgombero. 
Respingiamo l’uso populista delle regole che cambiano a seconda dell'interlocutore o dell'umore del più forte, che serve a reprimere il dissenso, a svuotare lo spazio sociale, a trasformare le associazioni in piccole imprese in competizione per le briciole dei finanziamenti pubblici, in comitati elettorali per il padrino di turno, sotto il ricatto del rinnovo della convenzione.
In questi giorni in tanti hanno cercato invano di rinchiudere il senso di Atlantide in poche frasi fatte: non siamo un “circolo lesbico” né tantomeno una “lobby gay”, e neanche un giro di consumo di determinati generi musicali.
Atlantide vive al limite della rappresentazione e già da sempre deborda e lacera le strette logiche della lottizzazione delle minoranze.
Per questo, nessuno scambio politico sulla nostra esperienza sarà possibile. Non siamo una minoranza da tutelare, nè una sottoculutura a rischio di estinzione. Oggi scendono in piazza con Atlantide femministe di tutte le generazioni, gli spazi sociali, i movimenti per la casa e i movimenti a sostegno dei migranti e dei rifugiati, associazioni lgbt, tanti singoli e singole solidali. Questa la realtà molteplice di cui siamo parte: una realtà fatta di precarietà, di bisogni sociali ineludibili, che si sta autorganizzando per rispondere alla crisi e all'involuzione nazionalista, xenofoba ed eterosessista che produce.
Che risponde all'aggressione neoliberista creando spazi di autogestione, mutualismo, welfare dal basso, riprendendosi il diritto alla casa, al reddito e il diritto a passare i confini.
Creando spazi di socialità non mercificata e di sperimentazione libera in una prospettiva transnazioAnale. Ieri siamo state sgomberate, ma essere “fuori luogo” ci appartiene già: fuori dalla normalità, dalle nostre famiglie di origine eteronormate, dai centri di consumo passivo di città gentrificate. Ma invece di cercare rifugio dal mondo in mondi privati, in case silenziose che ci indebitano, in stanze private che soffocano i nostri desideri eccentrici, abbiamo deciso di debordare ovunque.

Le Atlantidee #atlantideovunque